|
Aveva l’aria di essere di passaggio o di essere appena arrivata. Erano le h 18 di un martedì qualunque, nel quartiere di San Salvario, a Torino. Volavo sulla bici, tra le persone che per strada stanno insieme, parlano tra loro e non sentono il freddo sera dopo sera, nei loro corpi di uomini risaliti fin qui dai vari Sud del Mondo. Entro in un negozio, cerco e trovo. Affianco alla cassa, la porta si apre d’improvviso. Si affaccia con la sua domanda semplice, umana, primordiale e quotidiana: “Acqua, scusi…acqua?” Grandi occhi scuri e caldi, un bel sorriso e un viso segnato da giorni di vento e sabbia. “Intrusa” è la risposta di occhi che non guardano, e stona una voce da dietro alla cassa: “No. C’è solo la bottiglietta piccola” . Negli occhi un’ombra rapida, e chiede: “Quanto? Piccola?” La cassa scocca prezzo e quantità. Indietreggia. Un rapido sguardo al negozio. “Deve andare più avanti per l’acqua” continua generica la voce di dietro la cassa. Pago. L’ Intrusa esce rapida e si affretta verso più avanti lungo la via. La inseguo, la raggiungo e le dico: “Signora, se vuole dell’acqua, l’accompagno. C’è un supermercato qui dietro l’angolo. E’ lì che vendono le bottiglie grandi.” Le indico il posto, mi dribbla, la seguo e la vedo mentre sparisce dentro al Supermercato. La immagino persa tra l’assortimento di bottiglie Uliveto, Rocchetta, Lauretana, Sant’Anna, San Francesco, Valmora, Lurisia, con le bolle, senza bolle, con bolle naturali, con la bottiglia affusolata, con la bottiglia squadrata, con le gocce in rilievo, a basso contenuto di sodio, adatta ai bebé, da passeggio: e lei lì, con la sua domanda semplice, umana, primordiale e quotidiana: “Acqua, scusi…acqua?”. |